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Parlare di virtù può sembrare un po' antiquato, la parola richiama tempi andati di coraggiosi principi che arrivano a salvare principesse indifese grazie alle loro grandi qualità. Le virtù sono state esaltate dalla favolistica che ci ha accompagnati nell' infanzia, come qualcosa che appartiene solo a poche persone, persone un po' speciali, dunque qualcosa di irragiungibile.
Mi soffermo su questo argomento perchè credo che oggi più che mai sia molto importante tornare a porre attenzione alle nostre virtù, ossia quelle qualità che ci mettono in una situazione di benessere quando le attuiamo. Le virtù non sono definitive ed immodificabili, nel senso che possono essere presenti e poi scomparire o al contrario possono essere acquisite anche solo vedendole in altri, possono evolversi ed ampliarsi. Le virtù rappresentano ciò che di bello c'è in noi, quella parte che ci mette immeditamente in contatto con qualcosa di più grande, qualcosa di sacro ed immortale. Appena ci domandiamo quali virtù abbiamo, spesso la prima risposta è nessuna! l'ombra del giudizio negativo con cui siamo stati abituati a guardarci e a guardare torna con forza e poi ci è stato detto che vantarsi delle proprie virtù era una brutta cosa e che era meglio credere di non averne o ipocritamente far finta di non averle e attendere che qualcuno magnanimo ce le riconoscesse.
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Negli ultimi tre decenni, John T. Cacioppo, neuroscienziato e psicologo presso l'Università di Chicago, ha studiato l'isolamento umano e la relazione. Nel suo recente libro “La solitudine: Natura umana e la necessità di connessione sociale”, coautore con William Patrick, si arriva ad una conclusione per alcuni “sorprendente”: gli esseri umani sono intrinsecamente altruisti, o almeno hanno bisogno di esserlo per la loro salute e la perpetuazione dei loro geni. Questo concetto rovescia decenni di pensiero popolare. Dal biologo evoluzionista Richard Dawkins che pubblicò The Selfish Gene, nel 1976, sia gli scienziati che i laici hanno abbracciato l'idea che, poiché i nostri geni sono guidati esclusivamente da interessi personali, anche le persone devono esserlo.
Il pensiero antico è sbagliato, dice Cacioppo: "Abbiamo potuto sopravvivere e prosperare, i nostri geni sono sopravvissuti e hanno prosperato, solo perché siamo socialmente collegati gli uni agli altri." La sua teoria è provata, egli sostiene, con l'esistenza della solitudine. Secondo Cacioppo, il dolore della solitudine è un “allarme” biologico, come il dolore fisico o il dolore della fame e della sete. La fame significa che è necessario mangiare per sopravvivere. I sensori del dolore proteggono l'individuo da un danno fisico. La solitudine è "un segnale di avvertimento che si è evoluto per segnalare la necessità di un cambiamento al fine di ripristinare qualcosa di necessario per la sopravvivenza genetica. La solitudine è uno stato di isolamento sociale percepito, secondo Cacioppo.
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Siamo abituati ed educati a non vedere noi stessi, a star fuori da se stessi, a farci distogliere dalle tante attività della vita quotidiana che nemmeno ce ne accorgiamo.
Ci sembrano così importanti le cose in cui siamo immersi: il lavoro che facciamo, il libro che leggiamo, la conservazione che sosteniamo, il film alla tv, che ci dimentichiamo che esistiamo.
Ma in che senso ci dimentichiamo di noi? eppure facciamo cose che ci piacciono, ci soddisfano, a volte addirittura quell’oblio diventa qualcosa di ricercato poiché lo sperimentiamo come interesse, motivazione, divertimento. Le attività che sembrano più interessanti sono proprio quelle che facilitano quel “dimenticarci che esistiamo”.
Solo quando qualcosa va male in quella situazione apparentemente tanto importante ed essenziale per la quale ci siamo dimenticati di noi stessi, sperimentiamo un’immediata presa di coscienza di noi, una frustrazione e a quel punto ci rendiamo conto di soffrire.
Dimenticarsi di noi vuol dire vivere senza mai “ascoltare” la nostra realtà interna, tralasciarla come non importante. Quell’oblio di noi stessi non è la verità interna, la verità interna indica il rendersi conto e saper descrivere quello che ci succede internamente.
C'è da dire che essere attenti a quello che accade dentro di noi, ci mette in contatto con le nostre sofferenze, il nostro non senso, il nostro fallimento, ma dall'altro lato ci permette anche di sperimentare la nostra allegria e la nostra unità. Dimenticarsi e sconnettersi dalla propria sofferenza vuol dire togliersi la possibilità di conoscersi e di evolvere.
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