Il dolore rappresenta uno stato d'animo spesso collegato all'ingiustizia o all'incomprensione e la capacità di accoglierlo e accettarlo richiede stabilità interna, contatto con se stessi, radicamento emozionale, necessari a trasformare la propria esperienza interna, il proprio punto di vista su una situazione.
Viviamo in un'epoca che tenta di non entrare in contatto con il dolore, che cerca in tutti i modi di diffondere una visione edulcorata e iperprotettiva della realtà e che tende a circoscrivere il significato del dolore solo a dimensioni patologizzate e clinicizzate. Il dolore viene visto come esperienza non autentica e non naturale, socialmente colpevolizzante, da evitare o da dimenticare il prima possibile, alimentandone così il rifiuto e l'inaccettazione. L'attitudine a rifuggire il dolore rappresenta una delle modalità che più facilmente inducono a sollevare rigide barriere, causa poi di maggior sofferenza. Purtroppo non ci rendiamo conto che il dolore inaccettato è all'origine delle comuni inquietudini e insofferenze, mentre il reale cambiamento interno è possibile laddove il dolore viene accettato: “solo soffrendo il dolore è possibile provare il piacere.” (Bion)
Oggi manchiamo però anche della possibilità di socializzare il dolore, di condividerlo con altri poiché mancano interlocutori in grado di ascoltarlo, di accoglierlo, di tollerarlo. Il dolore negato è così costretto a consumarsi nella solitudine, nelle nevrosi che ne scaturiscono o al massino negli studi degli psicologi. La possibilità invece di esprimere il dolore, così tanto temuto, aprirebbe l'accesso ad una maggiore accettazione dell'esperienza personale, esorcizzandone anche la relativa paura. Il dolore rappresenta la frontiera che consente di andare oltre i propri limiti, un momento di passaggio evolutivo, toccare il proprio dolore consente un “contatto diretto con la propria anima” dove è possibile ricontattare bisogni e paure dimenticate, arricchendo il proprio mondo interno. La possibilità di vivere il dolore dipende dalla capacità di rendere pensabile il dolore e dargli significato. Cercare di allontanare l'esperienza del dolore porta invece all'impossibilità di pensarlo ed espone così ad una maggiore sofferenza. La non esplorazione di una esperienza spiacevole ne aumenta la distruttività e va a stravolgere l'apparato di pensiero, attaccando la capacità di creare legami e significati, in altre parole ci anestetizza! Un dolore che non possa essere pensato attacca l'apparato mentale frammentandolo. La capacità di dare significato emotivo al dolore, ancor prima di identificarne i contenuti, deriva prima di tutto da uno stato mentale che consente di creare un “luogo interiore in cui i pensieri possono stare”, un contenitore dove accogliere e metabolizzare le esperienze negative. Il recupero della pensabilità dell'esperienza di dolore passa attraverso un processo conoscitivo, (intendendo qualsiasi tipo di processo conoscitivo che una persona decide di intraprendere) che va a trasformare le emozioni distruttive. Il pensiero consente di dare un nome a qualcosa di informe e indecifrabile. La pensabilità delle emozioni spiacevoli è in relazione alla capacità di comunicarle così da trasformarle in nuovi significati.
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